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La struggente novella della vita

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di Danilo Carrara


                          *
   Dov’era il sole?  E la luna dov’era,
la candida luna? E la primavera
   dai prati in fiore? E il sospiro del vento?
L’odio, l’amore, lo strazio, il tormento,
   e io dov’ero? E tu, lieta fanciulla?
Non altro che buio… nient’altro che nulla…
    Ma ecco d’incanto la luce splendente,
ecco una mano spuntare dal niente;
   su tale mano miriadi di stelle
color dell’oro, luminose e belle,
   e Dio le seminava ad una ad una
nei campi del cielo, irrorando ognuna
   con l’amore.  E nacque il mondo: brillar
videsi il sole, la luna argentar
   le ombrose valli e specchiarsi nel mare,
e di foreste tutto un verdeggiare
   fin sovra i monti, su per le colline,
e fiumi dall’acque adamantine
   con tramonti rossastri ed incantati,
e gemme, e fiori, e frutti profumati,
   e creature meravigliose attorno
all’uomo, sulla Terra.  Oh, da quel giorno…
   corre il tempo e la vita!  Vanno gli anni,
i secoli, i millenni… e tanti affanni.

   Ecco, siam giunti a noi: il mondo gira!
Ecco il progresso, ecco l’uomo che mira,
   oltre la luna, a conquistar le stelle;
la tivù, il p. c., il cellulare… belle
   cose, utili per molti;  in altri è dura,
è perfida la sorte!  E la natura
   a volte si accanisce;  e c’è il terrore,
l’odio, la violenza, ben poco amore.
   E ci sei tu, fanciulla ancor felice,
di questa mia novella dolce attrice.                                       
   Ed io son qui, coi giorni e giorni persi
ad intagliar parole, a limar versi,
   a ricamare il mondo a modo mio:
oh, tu ci sei perché ci sono anch’io!
   Sono incollato sopra questo letto,
un braccio sul cuscino, e mi diletto
   a volar lassù, a cavalcar la sorte,
fiorir faccio la vita e do la morte,
   scateno il mare, il vento, gli uragani…
e ho solo questa penna tra le mani.
   Con la mia mente, con i soli miei
pensieri, io, misero uomo, potrei
   creare tutto senza muovere dito,
creare un altro universo infinito
   e ancora e ancora; senz’alcun timore
potrei crear perfino… il Creatore:
   potere immenso della fantasia!
Così sei nata tu, fanciulla mia
   dal cuor gentile, o candida creatura;
sei nata in quella notte scura scura,
   che giù veniva l’acqua a catinelle.

                   *  *
Non vi era la luna, neanche le stelle,
   era quel cielo nerissimo e fosco,
ma vi era qualcosa, laggiù nel bosco,
   si’ palpitante come fiammella:
in quella tenda così grande e bella,
   con la finestrella illuminata,
tu, ragazzina pura, immacolata,
   al lume d’una flebile candela
sì lieta riposavi.  Quale vela
   impazzita in balìa del mare mosso,
barcollava, oscillava a più non posso
   quella casetta in tela, fronteggiando
il forte vento, che orrido soffiando,
   spazzava tutto via.  Ma tu dormivi
tanto, il vento non udivi: sentivi
   solo un canto salire dal tuo cuore;
e non la pioggia allor, non il fragore
   di mille tuoni in quel cielo infuocato:
nulla, nessuno t’avrebbe svegliato!
  Tremava tutto, rimbombava il mondo,
e tu dormivi d’un sonno profondo,
   la nera chioma disciolta sul petto;
rannicchiata in quel morbido letto,
   sognavi momenti d’amore, ignara
d’ogni cosa.
                  Sognavi… e una zanzara,
   una zanzara con volo esitante,
ronzando nell’aria, cadde tremante
   sul volto sereno di te, che beata,
giacevi ai dolci sonni:  era stremata!
   «Son giunta forse in cielo, in paradiso?»
pensò mirando quell’umano viso.
   Vibrò le ali:  su quella rosea pelle
sentia il calor del sole, delle stelle,
   un’ estasi indicibile e infinita;
«Perché son qui?» chiedevasi smarrita.
   Là dall’oscura notte era venuta,
ov’anche la speranza avea perduta
   e gli occhi si velarono di pianto.
Ma al sommo del dolor, come d’incanto,
   quella mano pietosa era calata,
quell’avventura triste era passata,
   una dolce speranza era fiorita:
poteva ancor sorridere alla vita!
   Sospinta dall’amore e dal coraggio,
nell’ultimo del sol lucente raggio
   da sola era partita:  ad alta meta
intrepida volando, anima inquieta,
   andava a cercar cibo all’esserino
che privo d’ali al mondo, un reo mattino
   s’era affacciato, inabile al volar.
E sola sola andò, senz’indugiar,
   e vola vola in braccio alla sventura;
per lunghe ore, con ansia, con premura,
   cercò quel rosso latte da succhiare
ronzando nei sobborghi lungo il mare,
   in ville dai terrazzi illuminati,
in piazze brulicanti, in campi e prati,
   sorretta dall’ardore di chi spera;
ma tutti la cacciavan quella sera…
   ah, non sapeva ormai più dove andare!
Versavan gli occhi suoi lacrime amare,
   quando la volta fecesi più scura.
Un gran baglior di luce, di paura,
   guizzando luminoso il mondo rese:
la nera notte di colpo s’accese
   e la natura, la natura intera
forte s’udì ruggir come pantera;
   poi un grande schianto: un tragico segnale!
Dal buio uscì rombando il temporale,
   con perfido furor conquistò il cielo;
discese sulla terra, cupo, un velo
   intriso di timore, di sgomento,
e lampi, tuoni, pioggia, odioso vento,
   ed orridi fantasmi ebbero vita.
Povera zanzarella inorridita,
   come fuggir, come cercar riparo
ad un evento sì cotanto amaro?
   Senz’alcuna pietà venne afferrata,
gettata in alto, a terra sbatacchiata,
   travolta, trascinata senza posa,
come una vana disutile cosa
   spazzata via, scagliata lontano.

E si trovò in un luogo alquanto strano,
   un luogo così oscuro e desolato:
tremava tutta, le mancava il fiato…
   Intorno solo fango e foglie morte,
e la bandiera della malasorte
   che sventolava in mezzo alla bufera;
e la pallida speranza che in lei era
   vanì nell’aria;  e crebbe la paura!
Ogni attimo di quella notte oscura
   era un tormento: lugubre fischiando
il vorticoso vento e il mar mugghiando
   creavano sgomento;  in ciel guizzava
il lampo, e il tuono perfido rugghiava,
   voce imperiosa di quel teatro orrendo,
per poi cader di schianto con tremendo
   fragor;  e allor tremava il mondo, e anch’essa
palpitava, ferocemente oppressa
   dal timore e dall’angoscia, impotente
a forza tant’orribile e possente;
   onde sì forte il cuore le pungea
e la pioggia, quell’acqua che cadea
   sferzante e dura, era come tortura,
era uno  strazio!
                          O perfida natura,
   perché distruggi chi tu prima crei?
Perché accanir sì tanto su di lei,
   su quella zanzarella intimorita,
infelice creatura, stracolpita,
   tartassata da già nefasta sorte?
Che val crear se poi dai pena e morte?
   Così piccina, delicata e mesta,
al vento, all’acqua, al lampo, alla tempesta,
   in quella notte d’ira scatenata
essa era lì, dolente, disperata,
   obbligata a subir simili stenti.
Già aveva superato avversi eventi
   nel viver suo: scogli grandi e tremendi,
attimi amari, amarissimi, orrendi,
   onde fuggir da sì spietate mani,
dai gas letali, da luoghi malsani
   ed impervi, umidi alberghi di rane;
ma come fronteggiar la forza immane,
   l’ira funesta di simil tempesta?
Inutile tentare eroiche gesta!
   Inutile fuggir, fuggir lontano
ove ancora sperar!  Tutto era vano,
   sbarrata innanzi a lei ogni via d’uscita;
ormai non v’era scampo: era finita.

   E nel piccolo cuor, cuore straziato,
pensò alla vita, al triste suo passato,
   al figlio nato nell’infermità:
«Insetticida, radioattività,
   oppure il fato, il misero destino?
Oh, povero infelice zanzarino!»
   E col pensier pian pian lo coccolava…
Quel suo musino vispo accarezzava…
   Ma il dolce sogno rapido svaniva
allor che la realtà riappariva
   pungente al par d’acuminate spine;
non le restava ch’aspettar la fine,
   la morte che con fredde e scarne dita
carpisse quella miseranda vita.
   E fissando muta il ciel, buio profondo,
pensava a un'altra vita, a un altro mondo,
   un mondo pien di luce e pien d’amore
del qual non sia più l’ansia, e più il dolore.
    «Ma esisterà davver, per noi zanzare,
o sol sarà chimera a cui sperare?»
   chiedeva sospirando al cielo invano.
Intanto il cuor battea sempre più piano,
   pian piano si spegneva la sua vita;
socchiuse gli occhi, esausta, avvilita,
   ancor assorta in quell’eterno arcano,
sommersa dalla pioggia e dal pantano,
   stordita dal fragor della bufera:
«Perché mai son partita in questa sera
   lasciando solo solo il mio piccino?
Perché non ho voltato, poi, il cammino
   al primo balenar del temporale?
Ho di certo sbagliato, ho fatto male,
   avrei dovuto stare a lui vicino!»
Ma non voleva cedere al destino:
   cercò di alzarsi, riprovò a lottare,
a scuotersi, a non farsi sopraffare
   da quell’immane forza scatenata!
Ma che poteva far così conciata?
   In quale aiuto poteva ormai sperare?
Chinò la testa: come urlava il mare!
   E la pioggia sembrava una cascata.
Chinò la testa, affranta , rassegnata,
   non riusciva nemmeno più a pensare
quando, d’un tratto, si sentì sfiorare
    da una mano leggera, delicata:
«È lei dal nero manto, ecco, è arrivata;
   è la morte che a prendermi è venuta;
addio piccino mio!  Io son perduta…
   e tu resterai solo… alla tristezza».
Invece era la vita , la salvezza!
   Un alito di vento impietosito,
alzandola pian pian, con dolce invito
   innanzi di guardar le sussurrò;
credeva di sognar, ma gli occhi alzò,
   ed ecco vide, in quella notte orrenda,
il fioco lumicino della tenda
   lì appresso palpitar com’una stella:
s’accese in lei di speme una fiammella,
   e le misere forze a se raccolte,
si trascinò ove tenebre dissolte
   mutarono speranza in realtà.

Ed ora lì, su quella rosea guancia, ancora
   stanca, ancor così smarrita, ma fiera,
orgogliosa, tornata battagliera,
   vibrò le ali con frenesia infinita,
ronzando, lieta allor, l’inno alla vita;
   poi alzò lo sguardo attorno a quella valle:
non v’eran rose rosse né farfalle,
   tutto era  liscio, morbido, incantato:
avrebbe certamente lì trovato
   un po’ di quel buon cibo preferito!
No, non pensava al corpo suo avvilito,
   non agognava il proprio desinare:
sognava solo di poter sfamare
  quell’esserino tanto sfortunato;
e finalmente aveva ritrovato
   il desiderio a vivere, a lottare…
Era felice, e senza più indugiare
   affondò il pungiglino delicato
ed iniziò a succhiar:  «Dio sia lodato!
   Quanto buon cibo, nettare squisito
da tutte noi zanzare il favorito!
   Che dolce invito, caldo e profumato,
per colui ch’è laggiù così affamato!
   Lo rivedrò, gli volerò vicino,
farò a ritroso tutto il mio cammino
   e appena il tempo si sarà calmato…»
Non avrebbe rivisto il figlio amato;
   né più la quieta luce del mattino,
poiché una mano spinta dal destino,
   enorme, inconsapevole assassina,
si schiantò su di lei.  La poverina,
   senza gemito alzar, (che morte ingrata!)
rimase a quella guancia appiccicata,
   nero puntino sulla rosea pelle.
E in cielo non piangevano le stelle…
   E in terra… solo un flebile lamento.

O mondo colmo d’ansia e di tormento,
   di brevi gioie, di lacrime e di morte,
perché fai tu trionfar sempre il più forte?
   Perché non dai giustizia anch’al meschino,
a chi dischiude gli occhi al suo mattino
   perseguitato dalla malasorte?
Il male è sempre qui, fisso alle porte;
    non tentar di serrarle, o poverino,
non puoi fermarlo: è figlio del destino!
   E come d’altro mal l’occhio s’è asciutto,
irrompe in casa tua spargendo lutto;
   allor tu gridi, e piangi, e ti lamenti,
poi quando, superati quei momenti
   ricominci a sperar, ecco… è finita.
Ma cosa ci vuoi far?  Così è la vita…
   la vita di chi al mondo non è nulla,
che ora non è più… o tenera fanciulla.

                     *     *

   L’alba accarezzò il tuo candido viso
timidamente, e tu con un sorriso,
   e sospirando, apristi gli occhi neri
ai giovani pensieri:  serena eri
   e ti guardavi intorno; e con la mente
salutasti il nuovo giorno imminente.
   Sorgesti lentamente, ipnotizzata
da quel raggio di luce, ed affacciata
   alla finestra, con anima pura,
trasognante, miravi la natura:
   tutto era dolce e quieto, e respirando
quell’aria cristallina, e ancor sognando,
   guardandoti allo specchio accarezzavi
il tuo limpido volto;  ed esultavi!
   Com’eri bella! Oh si, sembravi un fiore
dipinto dalla luce al primo albore!
   Che pace, che armonia, qual lieto canto
udivi nel tuo cuor come d’incanto!
   “Natura” in te fu splendida fattrice,
o donna fortunata: eri felice,
   ai tristi eventi, all’altrui sorte ignara!
Ma ecco… tu vedesti colei che amara
   e triste ebbe la vita, or lì, schiacciata
sulla tua guancia rosa; eri angosciata:
   la tua bellezza, il tuo candor deriso!
Per ben tre volte ti lavasti il viso,
   e ancora e ancora le tue mani belle;
di rose profumasti la tua pelle,
   strusciando, ristrusciando con le dita.
Dolce fanciulla di bianco vestita,
   linda, splendente, il tuo candido cuore
non meritava di certo il dolore,
    non meritava di quel turbamento;
quella vampira portata dal vento
   solo disgusto t’aveva lasciato;
quell’insettaccio schifoso ed ingrato
   aveva osato macchiar la tua vita:
eri distrutta, eri così avvilita,
   era scurissimo, nero, il tuo viso!
Ma ecco uno squillo, uno squillo improvviso,
   dal cellulare quel suono d’argento:
un breve saluto, l’appuntamento,
   un dolce ti amo con voce suadente…
ed ecco il tuo volto di nuovo splendente,
   ecco il sorriso tornare sovrano:
non era andato poi troppo lontano,
   bella fanciulla dai lunghi capelli!
Nel bosco incantato, adesso, gli uccelli
   gioiosamente cantavano in coro,
e tu, estasiata, cantavi con loro,
   cantavi dolci canzoni d’amore.
Sei lievi rintocchi batteron le ore;
   e quel richiamo scosse la tua mente:
dovevi proprio andare, eri impaziente,
   pensavi solo all’amorosa meta!
Ti preparasti in fretta in fretta, e lieta,
   ondeggiando la lunga treccia mora,
uscisti all’aria fresca dell’aurora.

    Correva quella macchina potente
sull’asfalto inumidito:  incosciente
   giovinetto ancora, era lui al volante;
tu lo miravi rapita e sognante,
   sopra il suo cuore poggiavi il tuo viso;
e l’abbracciavi;  e lui, con il sorriso,
   le labbra talora ti sfiorava,
mentre una canzonetta rimbombava
   dallo stereo potente.  Era il mattino,
e il primo sole fece capolino
   all’orizzonte:  il cielo rispecchiò
come d’incanto e tutto scintillò
   di raggi d’oro, di luce splendente!
Volava quella macchina lucente
   nel sole abbagliante:  ora giace
laggiù, distrutta e fumante, ora tace
    in fondo alla pendice.  Ad affrontar
veloce quella curva, uno strusciar
   di freni, un urlo soffocato sulla
tua bocca fanciulla…  poi solo il nulla,
   solo il silenzio.  La fiaba è finita.

                  *  *  *
Ed io son qui, con l’anima smarrita,
   che rigiro la penna tra le mani
pensando a noi, a noi poveri cristiani:
   dura poco la gioia a questo mondo;
e dobbiamo rassegnarci;  in fondo…
   è colpa di quel frutto:  era proibito!
O Eva, o Eva, perché tant’appetito?
   Da allora conosciamo tanti mali;
ma che vale il soffrir degli animali?
   Mi chiedo ancora corrugando il viso:
per loro non esiste il Paradiso;
   per loro…  l’esistenza è ancor più truce.
Speriamo tanto in quell’ Immensa Luce,
   luce bianca, pura, meravigliosa…
ch’eternamente illumini ogni cosa;
   che, incessante, la Forza dell’Amore
trasporti letizia in ogni cuore,
   onde  risplenda, sublime e infinita…
la struggente novella della vita.    

 
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